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Incomunicabilità

Sono il cane che abbaia nel buio

In ciò che ti sembra così oscuro
Nulla mi sfugge, questo è sicuro!

C’è tanto fervore nel mio abbaiare
Purtroppo non so proprio parlare
Importante è il mio annuncio da fare
tu che ascolti, non mi scimmiottare!

Ciarlan che di pensieri sarei privo
Che i sentimenti siano un loro esclusivo
Ovvio, se tu mi fraintendi!
Mi meraviglio se non m’intendi?

Di certo ho sbagliato approccio
Ma la forma non era il mio cruccio
Pessimo comunicatore, ne sono conscio
Troppo entusiasmo e così mi brucio…

Anelando per l’antico sodalizio
Eppure sembro così fittizio…
Orientato solo al profitto
Se così fosse, sarei stato più dritto!

Can che abbaia non morde
Ma l’uomo che sbaglia non demorde
Convinto ormai che io sia una volpe
E di questo mi affibbia pure le colpe!

Diretto, selvaggio e indomabile
Questo è il mio spirito amabile
E allora scusami tanto, se di te rido
quando pensi mi interessi solo al cibo

Quindi ringhio e urlo perbacco!
Ma che… mi hai preso per un gatto?!?

L’uomo fugge pensando sdegnoso
ma che brutto cane rognoso.


Incomunicabilità è un sostantivo femminile il cui significato è: “l’essere incomunicabile” esprime cioè l’incapacità a comunicarsi, a farsi conoscere per ciò che si è davvero.

E’ l’impossibilità che si incontra nel trasferire ad altri qualcosa, nello specifico, ciò che nel proprio intimo si cerca di trasferire mediante comunicazione.

Incomunicabilità si riferisce tipicamente alle sfere del pensiero e del sentimento.

Lo scrittore che probabilmente più di tutti ha affrontato questo tema è “Luigi Pirandello” nel romanzo “Uno nessuno centomila”. Al centro di quest’opera scritta nei primi del ’900 vi è il “relativismo conoscitivo” ovvero la presa di coscienza del fatto che ogni essere umano vive una propria realtà soggettiva attribuendo al prossimo un giudizio suggettivo, basato sulla propria esperienza e sulla propria psiche che è unica al mondo e irripetibile.

Eppure anche l’essere umano che vive la propria realtà è oggetto, nel senso di vittima, del relativismo conoscitivo del prossimo nel senso che ciascuna persona attribuisce ad ogni altra un giudizio, una sorta di “maschera pirandelliana” che rispecchia il suo modo soggettivo di percepire quella persona.

Ognuno ha la propria verità, che deriva dal proprio modo soggettivo di guardare al mondo. Da questo deriva l’inevitabile incomunicabilità tra gli uomini, dato che ciascuno fa riferimento alla realtà come gli appare, mentre non può sapere come sia per gli altri.

E in questo modo ciascuno di noi si trova ad essere “uno”, cioé unico nella propria individualità, subendo “centomila” maschere a lui affibbiate dalle persone che lo circondano. Ma ciascuna di queste maschere infondo non è altro se non una costruzione fittizzia sotto la quale in realtà non c’è “nessuno”.

E così il cane che era in cerca dell’antico sodalizio, cioè di quella nota sinergia per la quale il cane sarebbe il miglior amico dell’uomo (ma spesso, purtroppo, il contrario non è vero) si trova a sperimentare questa incomunicabilità proprio perché l’uomo, percependolo in modo sbagliato, gli attribuisce la “maschera” del “gatto”.

O almeno questo è quello che pensa il cane, la maschera che l’uomo attribuisce al suo insistente “interlocutore” può conoscerla solo l’uomo stesso, per esempio potrebbe trattarsi anche di quella della “volpe” (con riferimento a un’altro noto sodalizio), ma queste sono solo ipotesi che appartengono a ciascun lettore perché, come si sa, la Verità assoluta esiste solo nell’Iperuranio platoniano.

Lo sapevi già?
Si (4) Circa (1) No (5)

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